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L' ARTE IN SARDEGNA
Scultura
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FRANCESCO
CIUSA
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Nella foto: Francesco Ciusa e "La
madre dell' ucciso", la sua scultura più
famosa.
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Francesco Ciusa può essere definito, per la statura
artistica di autore che supera di gran lunga per merito
quella dei suoi contemporanei nella storia artistica sarda,
il maggior scultore della Sardegna.
Di lui scrive Andrea Delle Case in Exibart: "È
il millenovecentosette quando un giovane pressoché
sconosciuto, trionfa alla Biennale di Venezia con la Madre
dellucciso.
Quel giovane è Francesco Ciusa, ventanni appena
compiuti, studente emigrato dalla Sardegna a Firenze con
un sussidio di 300 lire. Nuoro, la sua città natale,
che in quegli anni non ancora provincia, sembra essere fucina
inesauribile di talenti, capace di
forgiare futuri premi Nobel come Grazia Deledda, straordinari
giuristi e poeti come Sebastiano Satta; tanto da meritarsi
lappellativo di Atene Sarda, incre-
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dibilmente
lontana da tutto ma perfettamente in linea con la cultura
contemporanea e che vede nelle arti figurative, il nome
importante di Francesco Ciusa: Fidia dellAtene Barbaricina.
La Madre dellucciso assurge a simbolo di
quellarte verista e regionalista che rappresenta il
linguaggio artistico dellItalia dinizio secolo
prodotto di un simbolismo che impera, non ancora travolto
daglideali spavaldi e macchinici dellarte marinettiana.
Temi ruralistici e populisti, di lotta operaia e questione
meridionale, diventano punto di partenza di molte ideologie
della fine del 800, impegnate nellutopia di
realizzare unarte nuova di valore universale, capace
per evitare lanonimato, di attingere alle diverse
realtà regionali ed etniche, purché non interpretate
in senso pittoresco o folcloristico.
Ma torniamo a Ciusa. Qualche anno prima dellepifania
veneziana [1904], lartista lascia Firenze per far
ritorno in Sardegna, prima a Sassari, ospite di Giuseppe
Biasi, poi a Nuoro. Il suo ritorno nellisola è
segnato dallo sconforto nel constatare che la ricerca artistica
antiaccademica è portata avanti da pochi artisti,
non ancora consapevole del fatto che, proprio la condizione
periferica della sua terra, la situazione socio-culturale,
insieme alle esperienze maturate oltre il Tirreno, saranno
la forza di quella febbre creatrice che plasmò
in creta la Madre dellUcciso.
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Scrive Rossana
Bossaglia nella presentazione del suo libro "Francesco
Ciusa" edito da ILISSO:
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"Dal
trionfo alla Biennale di Venezia del 1907
con La madre dell'ucciso sino all'ultima
sua opera di grandi dimensioni, che presenta
sempre alla prestigiosa rassegna veneziana
nel 1928, il suo racconto è incentrato
sul mito della vita e della morte, chiave
per un'interpretazione ed espressione globale
del mondo sardo.
Non perciò si può dire che
l'artista si chiuda in una ripetizione stereotipa
di motivi "tipici", né
che ciò gli precluda le vie della
sperimentazione in altri campi. Sono degli
anni Venti le sue creazioni ceramiche, premiate
alla I Biennale Internazionale delle Arti
Decorative di Monza, come le ricerche di
nuovi materiali da impiegare nella scultura
e nell'edilizia."
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Ciusa racconta: «La Barbagia di Nuoro era insanguinata;
il cuore dellisola più per mancanza di virtuosa
giustizia che per ironica avversità del destino,
era funestato da episodi di sangue
lanima stanca
di vagare nel tormento sabbandonava alla via del destino:
era un soffrire, un naufragare nellabisso più
nero» eppure continua Ciusa «Splendeva
lisola in notte tanto nera».
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Prodotto
e simbolo di quel clima, è una donna le cui mani,
segnate dal tempo, stringono le ginocchia al petto, simulando
una protezione contro il dolore, che è forte, si
sente, travolge. Una corazza dalla forma semifetale, serrata
e inaccessibile, appare come unica reazione di una madre
che ha visto morire il proprio figlio e che ora, seduta
in terra davanti al focolare spento, esegue il rito nuorese
de Sa rja, la veglia funebre.
Aspetto questultimo che la maggior parte del pubblico
veneziano ignorava e che probabilmente ha contribuito a
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conferire
alla statua laspetto di concentrazione ieratica che
tanto affascina. I dettagli pur numerosi appaiono asciutti,
come incisi sulla superficie alla ricerca di una stilizzazione
moderna, prodotto degli insegnamenti di Trentacoste e della
tradizione toscana che arriva fino a Donatello. Occhi semichiusi,
piedi nudi e compostezza immota: tutto racconta sofferenza.
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Questopera
si propone come un dialogo moderno fatto di valori etnici
e popolari proposti da una regione la Sardegna -
che si affaccia con le sue radici antichissime alla vita
di una giovane nazione: lItalia del Secolo Nuovo.
Loriginale in gesso della Madre è custodito
nella Galleria Comunale dArte di Cagliari, mentre
una copia in bronzo fa parte della collezione della Galleria
Nazionale dArte Moderna di Roma. Esistono inoltre
altre due copie una a Palermo e una in Inghilterra. Di questultima
però, si sono perse le tracce.".
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A conclusione,
perché non si dimentichi il clima nel quale un artista
sardo dovesse essere capace di emergere a livello nazionale
ed internazionale ai primordi del secolo scorso, non possiamo
non riportare l' interessante considerazione fatta da Antonio
Quidacciolu nella rivista Gemellae:
".... Il premio consegnato allo scultore nuorese (di
madre tempiese) è ancora più straordinario
se si pensa che esponeva alla mostra anche August Rodin,
caposcuola di quella corrente nudistica che imperava in
Europa al periodo.
Nella stessa sala dell'esposizione veneziana, i nudi di
Rodin, del Graziani, del De Lotto e, tra loro, la figura
accovacciata di una vecchia madre contadina nel gesto rituale
della lamentazione funebre (sa ria): niente di più
inconsueto ed estraneo!..."
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Non possiamo
che essere ancora d' accordo con il Quidacciolu, quindi,
quando afferma:
..."Per l'attenzione avuta in passato, per il valore
"fondante" impresso in seno alla cultura sarda,
per la componente simbolica che riassume in un gesto l'intima
sacralità della tradizione e le vicende di un popolo
storicamente oppresso, La madre dell'ucciso si fregia, a
pieno diritto, del titolo di opera più importante
e conosciuta del panorama artistico sardo moderno."
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