Operatori turistici italiani

L' ARTE IN SARDEGNA
Scultura

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FRANCESCO
CIUSA

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Nuoro 1883-1949







Nella foto: Francesco Ciusa e "La madre dell' ucciso", la sua scultura più famosa.
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Francesco Ciusa può essere definito, per la statura artistica di autore che supera di gran lunga per merito quella dei suoi contemporanei nella storia artistica sarda, il maggior scultore della Sardegna.

Di lui scrive Andrea Delle Case in Exibart:
"È il millenovecentosette quando un giovane pressoché sconosciuto, trionfa alla Biennale di Venezia con la Madre dell’ucciso.
Quel giovane è Francesco Ciusa, vent’anni appena compiuti, studente emigrato dalla Sardegna a Firenze con un sussidio di 300 lire. Nuoro, la sua città natale, che in quegli anni non ancora provincia, sembra essere fucina inesauribile di talenti, capace di forgiare futuri premi Nobel come Grazia Deledda, straordinari giuristi e poeti come Sebastiano Satta; tanto da meritarsi l’appellativo di Atene Sarda, incre-

 
 

dibilmente lontana da tutto ma perfettamente in linea con la cultura contemporanea e che vede nelle arti figurative, il nome importante di Francesco Ciusa: Fidia dell’Atene Barbaricina.

La Madre dell’ucciso
assurge a simbolo di quell’arte verista e regionalista che rappresenta il linguaggio artistico dell’Italia d’inizio secolo prodotto di un simbolismo che impera, non ancora travolto dagl’ideali spavaldi e macchinici dell’arte marinettiana. Temi ruralistici e populisti, di lotta operaia e questione meridionale, diventano punto di partenza di molte ideologie della fine del ‘800, impegnate nell’utopia di realizzare un’arte nuova di valore universale, capace per evitare l’anonimato, di attingere alle diverse realtà regionali ed etniche, purché non interpretate in senso pittoresco o folcloristico.

Ma torniamo a Ciusa. Qualche anno prima dell’epifania veneziana [1904], l’artista lascia Firenze per far ritorno in Sardegna, prima a Sassari, ospite di Giuseppe Biasi, poi a Nuoro. Il suo ritorno nell’isola è segnato dallo sconforto nel constatare che la ricerca artistica antiaccademica è portata avanti da pochi artisti, non ancora consapevole del fatto che, proprio la condizione periferica della sua terra, la situazione socio-culturale, insieme alle esperienze maturate oltre il Tirreno, saranno la forza di quella ‘febbre creatrice’ che plasmò in creta la Madre dell’Ucciso.


Scrive Rossana Bossaglia nella presentazione del suo libro "Francesco Ciusa" edito da ILISSO:

"Dal trionfo alla Biennale di Venezia del 1907 con La madre dell'ucciso sino all'ultima sua opera di grandi dimensioni, che presenta sempre alla prestigiosa rassegna veneziana nel 1928, il suo racconto è incentrato sul mito della vita e della morte, chiave per un'interpretazione ed espressione globale del mondo sardo.
Non perciò si può dire che l'artista si chiuda in una ripetizione stereotipa di motivi "tipici", né che ciò gli precluda le vie della sperimentazione in altri campi. Sono degli anni Venti le sue creazioni ceramiche, premiate alla I Biennale Internazionale delle Arti Decorative di Monza, come le ricerche di nuovi materiali da impiegare nella scultura e nell'edilizia."

 


Ciusa racconta: «La Barbagia di Nuoro era insanguinata; il cuore dell’isola più per mancanza di virtuosa giustizia che per ironica avversità del destino, era funestato da episodi di sangue… l’anima stanca di vagare nel tormento s’abbandonava alla via del destino: era un soffrire, un naufragare nell’abisso più nero» eppure continua Ciusa «Splendeva l’isola in notte tanto nera».

 
 

Prodotto e simbolo di quel clima, è una donna le cui mani, segnate dal tempo, stringono le ginocchia al petto, simulando una protezione contro il dolore, che è forte, si sente, travolge. Una corazza dalla forma semifetale, serrata e inaccessibile, appare come unica reazione di una madre che ha visto morire il proprio figlio e che ora, seduta in terra davanti al focolare spento, esegue il rito nuorese de Sa rja, la veglia funebre.
Aspetto quest’ultimo che la maggior parte del pubblico veneziano ignorava e che probabilmente ha contribuito a

 
 

conferire alla statua l’aspetto di concentrazione ieratica che tanto affascina. I dettagli pur numerosi appaiono asciutti, come incisi sulla superficie alla ricerca di una stilizzazione moderna, prodotto degli insegnamenti di Trentacoste e della tradizione toscana che arriva fino a Donatello. Occhi semichiusi, piedi nudi e compostezza immota: tutto racconta sofferenza.

 

 

Quest’opera si propone come un dialogo moderno fatto di valori etnici e popolari proposti da una regione – la Sardegna - che si affaccia con le sue radici antichissime alla vita di una giovane nazione: l’Italia del Secolo Nuovo.

L’originale in gesso della Madre è custodito nella Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, mentre una copia in bronzo fa parte della collezione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Esistono inoltre altre due copie una a Palermo e una in Inghilterra. Di quest’ultima però, si sono perse le tracce.".


 

A conclusione, perché non si dimentichi il clima nel quale un artista sardo dovesse essere capace di emergere a livello nazionale ed internazionale ai primordi del secolo scorso, non possiamo non riportare l' interessante considerazione fatta da Antonio Quidacciolu nella rivista Gemellae:

".... Il premio consegnato allo scultore nuorese (di madre tempiese) è ancora più straordinario se si pensa che esponeva alla mostra anche August Rodin, caposcuola di quella corrente nudistica che imperava in Europa al periodo.
Nella stessa sala dell'esposizione veneziana, i nudi di Rodin, del Graziani, del De Lotto e, tra loro, la figura accovacciata di una vecchia madre contadina nel gesto rituale della lamentazione funebre (sa ria): niente di più inconsueto ed estraneo!..."

 
 

Non possiamo che essere ancora d' accordo con il Quidacciolu, quindi, quando afferma: ..."Per l'attenzione avuta in passato, per il valore "fondante" impresso in seno alla cultura sarda, per la componente simbolica che riassume in un gesto l'intima sacralità della tradizione e le vicende di un popolo storicamente oppresso, La madre dell'ucciso si fregia, a pieno diritto, del titolo di opera più importante e conosciuta del panorama artistico sardo moderno."

 
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