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cerealicola
(Campidani) soprattutto a causa della taglia ridotta e
dello scarso sviluppo toracico, fu
individuata nella Modicana
della Sicilia, dopo diversi tentativi, tutti falliti,
di incrocio con razze della Penisola (Maremmana, Romagnola,
Marchigiana e Chianina), la razza ad attitudine dinamica
che, per oltre mezzo secolo, avrebbe risolto il problema.
Con
tori di questa razza, importati nel Montiferro (Oristano)
per la prima volta nel 1880, è stato praticato
infatti sistematicamente, per oltre un cinquantennio,
lincrocio di assorbimento che ha comportato la trasformazione
della originaria popolazione di pianura e di collina della
Sardegna sud-occidentale in razza Modicano-sarda, molto
simile alla Modicana della Sicilia.
Listituzione, sotto il controllo dellIspettorato
Provinciale dellAgricoltura di Cagliari (allora
Cattedra Ambulante), del Libro Genealogico di razza nel
1927 (divenuto operante però soltanto nel 1935)
ed il successo riscosso nelle due mostre zootecniche regionali
di Macomer del 1931 e del 1935 sono la dimostrazione dellimportanza
raggiunta dalla razza in Sardegna nel periodo compreso
fra le due guerre mondiali. Questo processo di assorbimento,
attuato con incrocio di sostituzione associato a meticciamento
selettivo, della vecchia razza indigena da parte della
Modicana si è protratto, ad eccezione delle zone
più difficili del territorio in cui la razza Sarda
è sempre stata allevata in purezza o quasi, per
un settantennio sino al 1950, ossia finché lattitudine
al lavoro ha esplicato una funzione economicamente valida.
Nel periodo di maggiore espansione della razza (decennio
1940-1950) larea di allevamento si estendeva al
Montiferro (che per i continui scambi con la Sicilia ha
rappresentato sempre la zona tradizionale di rifornimento
dei riproduttori e dei buoi da lavoro per le altre zone
della Sardegna), alla Planargia, alla Trexenta, alla Marmilla
ed al Campidano e in quella di influenza al Sarcidano,
al Gerrei, al Sarrabus, al Sulcis, allIglesiente
e persino alla Nurra; la sua consistenza veniva stimata
in circa 60.000 capi pari al 70% dei bovini della provincia
ed al 32,5% di quelli dellIsola.
Allorché è venuta a cessare del tutto la
richiesta dei buoi da lavoro per effetto del processo
di trasformazione fondiaria e dello sviluppo della meccanizzazione
agricola, tale espansione della razza non solo si è
arrestata, ma ha presentato uninversione di tendenza
con una contrazione territoriale ed una riduzione numerica
(circa 33.000 capi, pari all11,5% del patrimonio
dellIsola, nel 1966, protrattasi sino al 1975. Ciò
è dovuto anche alluso indiscriminato ed irrazionale
della tecnica dellincrocio industriale con la razza
Bruna alpina dal 1950 al 1975 e con la razza Charolaise
dal 1975 in poi, a cui la Modicana è stata ed è
tuttora sottoposta nel tentativo di trovare una funzione
economicamente valida ad un tipo di bovino la cui attitudine
produttiva principale (il lavoro) ha ormai perduto del
tutto la sua importanza.
Attualmente essa è allevata principalmente attorno
ai massicci montuosi del Montiferro (Montiferro e Planargia)
e del Linas (Iglesiente e Sulcis), la sua consistenza,
nei primi anni 80, veniva stimata intorno ai 25.000
capi, pari al 7,4% dellintero patrimonio bovino
isolano. La diminuzione del numero dei capi e degli allevamenti
ha assunto, con il trascorrere degli anni, un andamento
sempre più rapido che ha portato questa razza quasi
allestinzione.
Le
vacche di razza Modicana della Sardegna nel complesso
sono caratterizzate:
-
Da
uno elevato sviluppo scheletrico (HG = cm 137,4 ±
4,9; LT = 157,6 ± 7,0; Ct = cm 185,0 ± 8,6; Lg = cm
54,1 ± 2,6; Iga = cm 51,8 ± 3,0).
-
Da
una elevata statura (HG = cm 137,4 ± 4,9) associata
ad un profilo non rettilineo dovuto alla prominenza
lombo-sacrale (HL = cm 140,9 ± 4,9) che comporta un’accentuata
spiovenza della groppa e l’inclinazione del tratto
dorso lombare.
-
Da
un limitato sviluppo dei diametri trasversali (lp
= cm 37,8 ± 2,5; lt = cm 35,1 ± 2,7.
-
Da
uno scarso sviluppo muscolare (lgm = cm 47,3 ± 2,5;
cn = cm 102,7 ± 6,8).
-
Da
un proporzionato sviluppo longitudinale delle diverse
parti del corpo (LT = cm 157,6 ± 7,0; Lt = cm 81,9
± 5,1; Lg = cm 54,1 ± 2,6).
-
Dall’appartenenza
grazie anche alla taglia ed alla mole, al tipico bovino
da lavoro (LT/HG = 114,7% ± 4,4; LT/Ct = 85,0% ± 3,9%;
lt/ht = 48,6% ± 3,5%).
-
Il
mantello, che costituisce carattere tipico di razza,
varia dal fromentino scuro quasi uniforme soprattutto
nelle femmine al rosso vinoso, particolarmente accentuato
nelle regioni del collo e della testa, soprattutto
nei maschi.
-
La
mammella, per effetto della selezione, praticata sistematicamente
nel passato, a favore anche della produzione lattea
e della mungitura manuale, si presenta molto sviluppata,
con capezzoli eccessivamente lunghi e grossi. L’eccessiva
dimensione di questi, rendendo più difficile l’allattamento
spontaneo del vitello almeno nei primissimi giorni
di vita, comporta per l’allevatore la necessità di
un più accurato controllo immediatamente dopo il parto
con conseguente aumento della manodopera che è in
contrasto con l’attuale tendenza alla estensivizzazione
dell’allevamento per la sola produzione della carne.
-
Il
peso vivo presenta un’elevata variabilità sia fra
soggetti che fra stagioni, in funzione soprattutto
del diverso stato nutrizionale dell’animale. Esso
oscilla, negli animali in buono stato di ingrassamento
fra kg 450 – 550 nelle adulte, fra kg 400 – 450 nelle
giovenche, fra kg 200 – 250 nelle manze, fra kg 30
– 35 nelle vitelle alla nascita.
Nelle
due zone omogenee in cui sono state effettuate le rilevazioni
la variabilità delle singole dimensioni, sempre
abbastanza ampia, è meno accentuata nei bovini
della zona del Montiferro rispetto a quelli dellIglesiente,
per effetto oltre che di una maggiore omogeneità
delle condizioni di allevamento, soprattutto di una più
efficace azione selettiva: come si è detto, il
Montiferro ha costituito, nel passato, la zona tradizionale
di miglioramento della razza per la produzione di animali
prevalentemente da lavoro che venivano impiegati principalmente
nel Campidano e nellIglesiente.
Le vacche modicane
attualmente allevate in Sardegna sono nel complesso di
statura e sviluppo minori di quelle Siciliane ed hanno
subito, una leggera riduzione taglia e di mole conseguente
alla cessazione della loro utilizzazione come animali
da lavoro ed alla tendenza alla conversione, anche nelle
zone tradizionali di allevamento, della vecchia razza
da lavoro in razza adatta alla produzione carne per mezzo
dellincrocio industriale.
Per salvaguardarne
la variabilità genetica e preservare questa razza
dai pericoli dellinquinamento, in base a quanto
previsto dalla Legge N° 30 sulla Disciplina della
riproduzione animale, la Regione Autonoma della Sardegna
con il decreto dellAssessore dellAgricoltura
e Riforma Agro-Pastorale del 03/08/1987 n° 17/SI/87
ha istituito il Registro anagrafico della razza Sardo-Modicana,
la cui gestione è affidata allAssociazione
Regionale Allevatori della Sardegna e alle sue articolazioni
provinciali. Successivamente è stato approvato
il nuovo disciplinare nazionale del registro anagrafico
delle popolazioni bovine autoctone e gruppi etnici a limitata
diffusione nel quale è compresa anche la razza
Sardo-Modicana.
Le attività
che vengono effettuate per la gestione sono:
-
Aggiornamento
e cura degli archivi contenenti i dati indispensabili
alla elaborazione di riproduzione idonei a conseguire
l’obiettivo, prioritario per esse, della conservazione
della variabilità genetica. Si tratta di operazioni
che vengono effettuate mediante l’uso di procedure
informatiche denominate DATA GEST e DATA ENTRY.
-
Periodico
monitoraggio della popolazione delle fattrici e dei
riproduttori presenti in allevamento, operato da parte
degli esperti di razza.
Lallevamento
della razza Sardo-Modicana è di tipo estensivo
e svolge, nei territori in cui è allevata, un importante
funzione di salvaguardia ambientale in quanto la presenza
delle mandrie, in ambienti scarsamente o per nulla antropizzati,
consente una difesa delle risorse del territorio, altrimenti
difficilmente realizzabile.
Esso, infatti è diffuso prevalentemente in zone
scarsamente popolate, in territori orograficamente difficili,
privi di infrastrutture e con viabilità praticamente
assente, caratterizzati dal punto di vista pedo-climatico
da suoli poco profondi e di scarsa fertilità, in
cui si alternano zone con folta macchia arbustiva ed arborea
ad altre estremamente degradate (gariga). Si tratta di
zone di grande interesse ambientale e lallevamento
di questa razza, grazie alla sua elevata rusticità
consente un uso non deupaperante del territorio in cui
è parte integrante dellecosistema. Come notato
nellinteressante studio di R. Furesi e P. Pulina
avente come titolo: I sistemi di produzione al pascolo:
aspetti economici ed organizzativi, il carattere persistente
dellutilizzo pascolivo finisce per condizionare
profondamente, e spesso irreversibilmente, i processi
produttivi, le tipologie di produzione, le caratteristiche
del paesaggio e lo stesso modus vivendi degli operatori
e delle popolazioni coinvolte, di modo che le valenze
di questi contesti divengono ben più ampie e consistenti
di quelle afferenti alle sole questioni connesse ad una
particolare destinazione agronomica e zootecnica.
Tra superficie a pascolo e tecnica di sfruttamento delle
produzioni foraggere, tra presenza animale e utilizzazione
diretta del foraggio e forma di allevamento si instaura
un rapporto di complementare valorizzazione, senza il
quale, verosimilmente, quei territori sarebbero destinati
allabbandono o ad usi non altrettanto soddisfacenti
sul piano del benessere collettivo, e quei sistemi zootecnici
perderebbero gran parte della loro convenienza economica.
Una parte di tali funzioni è da riferire alle tecniche
agronomiche e di allevamento che si accompagnano alluso
del pascolo e alla pratica del pascolamento, è
rappresentata principalmente, dallarricchimento
in sostanza organica del suolo, dalleffetto strutturante
esercitato sullo stesso e dallazione antierosiva.
Tutte funzioni, queste, che contribuiscono a fare del
pascolo uno strumento essenziale ai fini della creazione
di un equilibrato sistema di sfruttamento della terra,
nel quale i rapporti tra risorsa foraggera, il suolo e
gli animali pascolanti siano orientati a determinare una
situazione di reciproco vantaggio piuttosto che di competizione
tra le entità concorrenti.
Unaltra parte concerne altri aspetti economici,
diversi da quello produttivo, ricollegabili alle valenze
paesaggistiche ed ambientali e al ruolo che il pascolo
può esercitare ai fini di una più efficace
valorizzazione e tipizzazione delle produzioni in esso
coinvolte.
I contesti collinari e montani, che più frequentemente
danno ad essi ospitalità, lisolamento che
spesso li contraddistingue, la vicinanza e la sovrapposizione
con aree ricoperte da boschi sono, infatti, tutti elementi
che concorrono ad accrescere naturalmente la rilevanza
estetica e paesaggistica delle terre pascolive.
A questi si aggiungono ulteriori elementi di origine antropica,
che tuttavia costituiscono oramai parte integrante e stabile
dello scenario pascolivo, si pensi ai fabbricati zootecnici
quali gli antichi "vaccili", recinti in muratura
a secco nei quali vengono tenuti i vitelli nel primo periodo
di vita, o alle opere di recinzione e di partizione fondiaria
che segnano profondamente il territorio della Sardegna.
Insieme agli elementi naturali ed antropici, non è
possibile trascurare il fatto che lintima compenetrazione
tra il reiterato sfruttamento zootecnico e le risorse
territoriali conferisce allarea pascoliva e alle
attività di allevamento in essa operanti specifiche
valenze che, esulando dal mero campo economico, finiscono
per interessare aspetti di natura sociale e culturale
di quelle aree e delle popolazioni che in esse risiedono.
E noto infatti come esista una domanda consistente
e in continua crescita indirizzata al soddisfacimento
di bisogni ricreativi attraverso un uso del territorio
non elusivamente produttivo. Questa domanda, inoltre,
non risulta indirizzata alla sola fruizione delle bellezze
naturali, ma altresì orientata ad attingere al
contenuto di tradizioni, di storia e di cultura che un
determinato territorio è in grado di comunicare.
Con riguardo agli aspetti di valorizzazione e tipizzazione
delle produzioni è evidente che la specificità
dellambiente pascolivo e dei sistemi di relazione
socio-economica che lo contraddistinguono, non può
che avere consistenti ripercussioni sui processi di produzione
e sulle tipologie produttive caratteristiche di tali aree.
I condizionamenti territoriali e le specificità
ambientali sono tali da indurre nelle tecniche e nei prodotti
evidenti fenomeni di marcata caratterizzazione tipologica
rispetto a situazioni contrassegnate da maggiore omogeneità,
da cui deriva che lofferta dei prodotti ottenuti
dal pascolo - soprattutto i formaggi e gli altri derivati
del latte, ma anche i vari tipi di carni si qualifica
per un elevato contenuto di tipicità
Questa tipicità risulta di duplice natura. Innanzitutto
si tratta di una caratterizzazione di origine merceologico-qualitativa.
Le modalità di allevamento del bestiame determinate
dalle peculiarità territoriali della zona, la composizione
floristica e la disponibilità delle varie essenze
pabulari, landamento climatico, le consuetudini
tecnologiche seguite nella realizzazione delle produzioni
zootecniche fanno si che i prodotti del pascolo presentino
requisiti chimici, fisici, merceologici assolutamente
particolari e affatto omogenei tra aree differenti. In
secondo luogo si ha a che fare con una tipicità
legata allorigine territoriale del prodotto. Posto
che nelle aree pascolive sussiste ed è centrale,
una stretta compenetrazione tra il processo di produzione
ed il complessivo sistema ambientale, è ovvio che
ciascun prodotto si qualifica come espressione delle esclusive
caratteristiche naturali, storiche, culturali e di costume
proprie di quellarea.
Sulla scorta di queste problematiche un gruppo di allevatori
di Sardo-Modicane della zona del Montiferro ha costituito
un presidio per la valorizzazione dei propri prodotti
nellambito delle iniziative dei GAL. Una delle prime
applicazioni di questo programma è la promozione
del Casizolu: formaggio a pasta filata prodotto con latte
intero, crudo delle vacche Sardo-Modicane. Il latte, munto
in quantità di 5-10 litri al giorno, è destinato
al consumo diretto come latte alimentare, oppure alla
caseificazione.
La mungitura un tempo veniva effettuata esclusivamente
nel periodo primaverile solo al mattino e su due quarti
della mammella, in quanto lintera produzione diurna
e parte di quella notturna sono utilizzate per lalimentazione
del vitello.
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