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Provengono sempre da uno sfarinato di grano duro, da cui
si separano, per setacciatura successiva, ben tre semole
di spessore diverso ed anche una semoletta, da impiegarsi
a seconda della tipologia di pasta che si intende produrre.
Questo sfarinato, macinato a freddo, trattiene tutta l'espressione
odorosa dei prodotto evidenziando una fragranza ampia, caratteristica,
che ritroviamo ancora nelle paste in cottura. Ma i valori
organolettici più peculiari di questo prodotto si
manifestano nella consistenza: con semole adatte, acqua
ed un' adeguata lavorazione, si ottengono la compattezza
ed il nerbo necessari a dare alla pasta resistenza ed elasticità,
senza ricorrere all'uovo. Tra le paste fresche sarde, meritano
eccezionale apprezzamento "sa freguIa" e "is
malloreddus". La prima è frutto di una lavorazione
di semole di vario spessore, sgocciolate di acqua allo zafferano,
che consiste nel movimento rotatorio dei palmo della mano
sulla superficie liscia della base di un apposito recipiente
di terracotta. La seconda è ottenuta da un impasto
lavorato con pochissima acqua, con l' aggiunta, talvolta,
dello zafferano. Si riduce l' impasto in pezzetti che vengono
poi pressati, col pollice, nelle stecche di un setaccio,
per conferire le rigature atte a renderli più idonei
alla cottura e a trattenere i condimenti. Tra le paste non
ripiene, abbiamo le lasagne (" pillus") e i tagliolini
("tallarinus"). Le paste ripiene, dove domina
ancora l'incontro con i formaggi pecorini freschi o acidi,
ricotta, zafferano e verdure, formano la categoria dei ravioli
("culirgionis"). Con le carni ovine e caprine,
anguille, rigaglie di piccoli animali, verdure e legumi
si crea la vasta famiglia delle "impanadas", dove
la pasta assume da cruda la funzione di contenitore e, da
cotta, anche quella di "pane".
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