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Chiese
campestri della Sardegna
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Santa
Maria di Cea
Banari (Sassari)
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Scrive
l' ingegnere Massimo Rassu nella rivista Informazione dell'
Ordine degli ingegneri della provincia di Cagliari:
Il complesso monumentale di Santa Maria di Seve o di Cea - poco
lontano dall'abitato di Banari, nella fertile vallata bagnata
dalle acque del rio Mannu - è uno dei pochi monasteri medioevali
giunti quasi intatti fino al XX secolo, quando poi è stato
oggetto di alcune campagne di scavo archeologico.(...)
Allo stato attuale, il complesso monastico di Santa Maria di Cea
si presenta costituito dalla chiesa romanica, da un cortile interno
recintato (adibito sino alla seconda metà del secolo scorso
all'allevamento di animali e a colture agricole) e da alcuni edifici
conosciuti come il "romitorio". (...)
La chiesa.
L'impianto - a navata unica con abside ad est - aveva due ingressi
separati: uno laterale per i monaci che vi entravano dal monastero,
e l'altro in facciata, riservato ai fedeli. Quello laterale, nel
fianco nord, è conosciuto appunto come la "Porta Santa"
(A. Virdis 1986, pp. 216-218). La facciata, in conci squadrati
di calcare di media pezzatura, risulta leggermente asimmetrica
poiché il lato meridionale è più largo, forse
per il suo rifacimento, al fine di rafforzarne la struttura.
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Il prospetto
è suddiviso da una cornice marcapiano che, con un leggero
aggetto, spezza la planarità della superficie. Il settore
inferiore è diviso da tre arcate come nella Santa Maria
di Tergu (Tergu) e nel San Pietro del Crocefisso (Bulzi).
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Foto:
Ketty Grasso©2002
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Nel mezzo
si apre il portale, ingentilito da pseudocapitelli ricavati in
unico concio, con decorazione a motivi floreali, incastonati nel
paramento a sostegno dell'architrave. Il settore superiore è
caratterizzato da un arco di scarico con lunetta - di luce ampia
come l'ampiezza del portale - e dal sopracciglio modanato affiancato
da archetti con lunetta ribassata nello spessore murario, ma con
azione puramente decorativa. Il prospetto principale è
concluso da un campanile a vela con luce semicircolare.
I fronti
laterali sono stati ampiamente rimaneggiati nel tempo. Soprattutto
quello destro, rivolto a meridione, è stato totalmente
rifatto senza quelle aperture che si ritrovano simili nel prospetto
opposto. Sempre in questa parete, ma in prossimità dell'altare,
è visibile un arco obliterato, forse sistema di collegamento
con altri ambienti monastici. Più in alto, disposte in
modo simmetrico, si aprono tre piccole monofore - architravate
e con stipiti a doppio strombo - che interrompono il liscio paramento.
Anche l'abside,
come i prospetti laterali, presenta il muro privo di lesene, concluso
da una cornice a guscio che ne delimita la sommità. Al
centro si apre una stretta monofora a doppio strombo. L'attuale
copertura a capriate risale ai lavori effettuati nel 1973, forse
secondo il disegno precedente. Non è escluso che in origine
l'aula fosse conclusa da una volta a botte: infatti il fianco
sinistro presenta nella parte alta del paramento una leggera incurvatura
in aggetto e il taglio della pietra nei retroprospetti. Il peso
di tale volta potrebbe averne causato il crollo, coinvolgendo
il prospetto sud. Anche altre strutture del complesso dovevano
supportare lo stesso sistema di copertura, come testimoniano i
monconi dell'aggetto alla volta ed all'arco poggiante su mensola
nell'ambiente prossimo alla chiesa, presso l'abside.
Datazioni
L'edificio è attribuibile a maestranze toscane attive nel
settentrione dell'Isola tra la seconda metà del XII secolo
e la prima metà del successivo. Uno degli elementi su cui
si basa questa datazione è la decorazione del portale dell'ingresso
principale.
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Gli
stipiti della porta, con decorazioni a capitelli corinzi a foglie
d'acqua, con rosetta al centro dell'abaco, trovano analogie con
gli stipiti della porta di Santa Maria di Tergu e con i capitelli
del colonnato di Santa Maria del Regno di Ardara
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Foto:
Ketty Grasso©2002
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Ma
anche con gli stipiti della porta San Pietro del Crocefisso a
Bulzi, già cattedrale della diocesi di Ampurias (R. Coroneo
1993, p. 129), coi portali di Santa Maria di Uta (R. Coroneo 1993,
p. 74), di Santa Maria di Tratalias (Coroneo, p. 199) e di San
Gemiliano di Samassi (R. Coroneo 1993, p. 235).
Si guardi
pure la porticina meridionale del San Pietro di Zuri presso Ghilarza
di datazione incerta (M. Rassu 2001, p. 29). Infine, è
stato proposto il confronto con la facciata di Santo Stefano a
Magazzini nell'isola d'Elba - comparazione che consente di datare
la chiesa di Seve alla seconda metà del XII secolo.
L'iscrizione
e i graffiti dei pellegrini
La concessione del privilegio di raccogliere indulgenze, confermata
nel 1248, è testimoniata dai graffiti simbolici - fortunatamente
sottratti ai numerosi rimaneggiamenti edilizi che subì
la chiesa nei secoli - che sono ancora visibili in alcuni conci
all'esterno dell'abside, che pellegrini lasciavano nei santuari
a testimoniare il loro passaggio durante i percorsi di penitenza
(M. Rassu 1997, p. 16).
Nei muri
esterni sono incise varie croci: le citate croci a Tau sul lato
destro della facciata, e una croce patente nel piedritto destro
della porta settentrionale, la "Porta Santa" già
citata, di cui si ignora la collocazione originaria (M. Rassu
1996, p. 96).
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Presso
le croci della facciata si possono leggere lettere e numeri dai
caratteri suggestivi che compongono un breve testo, nel quale
risaltano i nomi di due monaci. In realtà, l'iscrizione
si compone di ben tre epigrafi, in maiuscola epigrafica gotica,
facilmente leggibili senza fatica, nonostante in qualche punto
la superficie dei conci di calcare sia consumata dai secoli.
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Mentre le prime due si sviluppano ognuna su una sola riga, la
terza richiese varie righe:
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(Croce)
FRAT(RIS) GALDI
S(IGILLUM) FRAT(RIS) GALDI BA
(Croce)
FRAT(ER) GUICARDUS
DE MO(N)TID PRIOR S(AN)C(TA)E
MARI(A)E ANNI D(OMIN)I MCCLX
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L'interpretazione
sia dell'una che delle altre presenta qualche dubbio, che non
si limita alla difficoltà dello soluzione dell'insolita
abbreviazione "Ba" nella seconda riga e a quella di
lettura dell'ultima lettera di "MONTID" nella terza.
Risulta problematica nella terza iscrizione la lettura della data
MCCLX, perché la "X" finale è di altezza
minore e di tratto incerto, a fronte della buona perfezione grafica
nell'incisione delle altre lettere. (...)
Il
complesso monastico
Del monastero rimangono le fondazioni, nell'area orientale, di
almeno cinque ambienti maggiori e di due spazi minori, piuttosto
angusti, impostati sulla muratura rettilinea. L'impianto monastico
si sviluppa attorno al chiostro, provvisto di pozzo, con fabbricati
destinati a vari usi, la chiesa esterna al monastero.
Il disegno
planimetrico di queste strutture murarie non è perpendicolare
a quello della chiesa. Attivo dal XII secolo fino al XIV, si potrebbe
ammettere un momento diverso della sua edificazione su un diverso
asse longitudinale. Il cosiddetto romitorio - in realtà
la struttura abitativa principale del monastero - era ripartito
secondo lo schema che prevede la cucina-refettorio ed il dormitorio,
forse con distinzione tra monaci e conversi.
Le strutture
del settore orientale furono realizzate con l'impiego di pietre
di varie dimensioni disposte in filari abbastanza irregolari,
e legate con malta di fango. Gli ambienti maggiori erano pavimentati
con piccole scaglie di calcare biancastro. Gli altri ambienti,
destinati ad ospitare personale di servizio e attività
artigianali, furono costruiti con tecniche grossolane da maestranze
indigene e compiute senza particolare cura.
Nell'ala
nord è riconoscibile il forno, di pianta circolare e tessitura
muraria realizzata con piccole pietre, poi un'opera idraulica,
formata da una struttura muraria in asse con un profondo canale,
scavato nella roccia per regolare le acque piovane provenienti
dalla collina. Poco oltre rimane anche una piccola vasca quadrangolare.
Al centro
del chiostro era un pozzo, profondo 9 metri, scavato nella roccia
e munito di pedarole, che contiene un discreto numero di ossa
animali, rappresentati soprattutto da daini e cervi, e, adagiato
sul fondo, un particolare recipiente di metallo. All'interno della
corte si rintraccia qua e là, soprattutto attorno al pozzo,
parte della pavimentazione originale, una sorta di "acciottolato",
che si ripete in altri tratti dell'area, purtroppo nei secoli
sempre sconvolta e rimaneggiata.
Ai lati del
monastero erano le strutture di fondazione di altri due ambienti
che ne completano la pianta e, costruiti con arte, come testimoniano
gli archi a tutto sesto, capitelli, pilastri, basi e modanature.
Dell'abitato medievale di Seve, invece, rimane solo un cumulo
di pietre a testimoniare la parrocchiale di San Giacomo (Santu
Jagu), localizzata a 700 metri sud ovest dalla Santa Maria, in
un pianoro nel margine opposto al fiume.
Per
leggere il testo integrale dell' Ing. Massimo Rassu clicca
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