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I Fenici in Sardegna
X sec.a.C. - 550 a.C.
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I FENICI
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Stanziamenti, religione e convivenza con le popolazioni nuragiche.

Testo di Sergio Atzeni.
 
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I Fenici che i greci chiamavano “Phoinikes” per la loro abilità nel colorare i tessuti (Poinix = rosso porpora) erano un popolo semita, come gli ebrei, originario del sud dell’Arabia.
Si stanziarono anticamente nella terra chiamata allora “Canaan” che più o meno coincide con l’odierno Libano, stretta tra il deserto e il Mediterraneo, passaggio obbligato verso nord e la Siria e a Sud verso l’Egitto. (...)

...partendo dalla terra di Canaan i fenici navigarono in tutto il mediterraneo...


 
 

Fondarono Gadir (Cadice) e Utica arrivando fino a Tarsisk (Tartesso) oltre le colonne d’Ercole dove esistevano grandi giacimenti metalliferi.
Fu così che toccarono le coste sarde creando i primi rudimentali scali: i fenici si installarono in Sardegna occupando, in un primo tempo, solo una fascia costiera.
C’è da chiedersi se ebbero il consenso dei nuragici, considerando che Sulki, per esempio, era circondata da 20 nuraghi ed un villaggio, Tharros fu edificata nel luogo dove sorgeva un villaggio e alcuni nuraghi, così Bithia e Nora dove si nota ancora un pozzo sacro.
Una concessione degli autoctoni con relativo pagamento di un “Canone”?
Oppure gli scali occuparono dei territori già abbandonati dai nuragici che, dato i pericoli provenienti dal mare, preferirono stabilirsi nell’interno?

 
 

Interrogativi che purtroppo non avranno mai risposta.
Le navi fenice partendo dalle città della terra di Canaan, caricavano prodotti di poco peso e volume ma di grande valore: artigianato in vetro, oro, argento, stoffe e prodotti del legno. Le navi, normalmente non troppo grandi per limitare il rischio .

dei predoni, si muovevano a vela alla velocità di 6/8 Km l’ora e regolarmente non contenevano rematori che avrebbero aumentato notevolmente i costi armatoriali.

Navigavano dall’alba al tramonto, 10 ore circa, lambendo le coste e accostando per ripararsi la notte o in caso di burrasca. A terra avevano quindi bisogno di scali attrezzati per il ricovero e le risorse alimentari.

Possiamo immaginare le peripezie di quei viaggi, ritardati per giorni o per mesi dalla mancanza di vento favorevole o dal mare agitato; si è calcolato che il viaggio di andata e ritorno si compisse in un anno.

La Religione
La religione fenicia si basava sul Dio Baal, chiamato anche El (il Dio per antonomasia) e nonostante la numerosa schiera di Dei del Pantheon, questi venivano considerati come emanazioni dello stesso Dio che quindi assumeva fisionomie diverse.
Una epigrafe decifrata recita: “Baal e Tanit, ha udito”. L’uso del singolare chiarisce la concezione chiamata enoteistica o submonoteistica la quale si fonda su un Dio che si presenta con aspetti diversi.
Il credo fenicio consentì di mutuare dei venerati da diversi popoli come l’egizio Bes, il greco Pigmalione, che diventò Pumay, il cipriota Sasm e tanti altri.

Per semplificare le operazioni commerciali i fenici utilizzarono il sistema di scrittura in uso nella città siriana di Ugarit, composto da 30 suoni, portandolo a 22 consonanti che risultarono più versatili e meno complicate. Con il loro pellegrinare questo sistema fu diffuso nel bacino del Mediterraneo e adottato dai greci che lo chiamarono alfabeto dalle loro prime due lettere (alfa e beta).

Già nel IX secolo a.C. raggiunsero la Sardegna ed ebbero probabilmente i primi contatti con le popolazioni autoctone.

A sinistra: ricostruzione del tempio tripartito del tophet di S. Antioco (CA), dove avvenivano le cerominie religiose. A destra: ricostruzione del tempio a "pseudoportico" di Tharros (OR)


Nel corso dei due secoli successivi, le sporadiche frequentazioni della Sardegna divennero rotte stabili con la conseguente costruzione di sicuri approdi lungo le coste.
Caralis, Nora, Bithia, Sulci e Tharros furono i primi approdi che diventarono vere città, in un primo tempo sotto la giurisdizione ed il governo fenicio.
I popoli nuragici forse prevalentemente stanziati all’interno dell’isola, non videro subito questi stranieri come dei nemici, ma li considerarono, così come gli etruschi più tardi, utili per ottenere mercanzie e manufatti in cambio di minerali e prodotti della terra che fino ad allora avevano avuto poco valore.
Con l’espansione dei traffici fenici nel Mediterraneo, le città sarde diventarono indispensabili per i rifornimenti alle navi che sostavano per poi proseguire verso la Spagna e la Francia o verso la terra di Canaan.

I fenici per proteggere i propri scali, occuparono una fascia di sicurezza nell’entroterra per una profondità di circa 20 Km, mentre i nuragici divisi in tanti staterelli e probabilmente distratti da guerre intestine, non affrontarono subito la situazione e permisero ai semiti di rafforzare l’occupazione dell’entroterra con la costruzione di acropoli come Monte Sirai, Pani Loriga (Santadi) a protezione delle città di Solki, Bithia e Nora, la fortificazione di Tharros con possenti mura ed un probabile presidio armato nella zona di S. Sperate-Monastir e Settimo S. Pietro.

A questo punto gli ex approdi improvvisati diventarono vere e proprie città Stato, con una forte presenza militare di occupazione. I primi fenici, abili commercianti, lasciarono il posto ai fenici dominatori e militarmente organizzati pronti forse a incrementare i propri possedimenti con ulteriore penetrazione verso l’interno.
Intorno al 600 a.C. le popolazioni nuragiche reagirono, forse con la forza della disperazione, cercando di battere il nemico e cacciarlo dall’isola. Nonostante le divisioni e l’improvvisazione, i nuragici riuscirono a infliggere notevoli sconfitte ai fenici probabilmente con una antesignana tattica di guerriglia, evitando scontri decisivi ma attaccando e dileguandosi rapidamente.
Sta di fatto che i fenici chiesero aiuto a Cartagine, colonia da loro fondata nel 814 a.C. circa e che rapidamente assunse un ruolo determinante nel Mediterraneo
ed i cartaginesi “interessati” accolsero di buon grado l’invito. (...)


(...) Due importanti reperti ritrovati dagli archeologi, databili al X-XI secolo, hanno dato la certezza della frequentazione fenicia: la stele ed il frammento di Nora.
Nella stele di Nora è individuabile la parola “Sardegna”, ed è la più antica iscrizione dove appare questo nome.
Ma la prova inconfutabile della permanenza fenicia in Sardegna ci è data dal Tophet di Sulci (S. Antioco), che dimostra l’esistenza intorno all’VIII sec. a.C. di una comunità stabile.

I fenici furono abili artigiani ed è probabile che l’arte dei bronzetti sia stata diffusa in Sardegna proprio da questo popolo. (...).

(...) Gli indubbi scambi commerciali tra i due popoli da sporadici diventarono continuativi ma senza un inserimento reale e reciproco che fonde le genti diverse.


La stele fenicia chiamata "di Nora", dal luogo
del suo ritrovamento, scritta in alfabeto consonantico che si legge da destra a sinistra, nella quale per la prima volta appare il nome Sardegna, nella terza riga dall'alto.

(...)
I cartaginesi arrivarono nell’isola per appropriarsene e non è da escludere che combatterono anche contro i fenici.
Alcune fonti escludono che genti di stirpe fenicia combattessero contro altri fenici, ma ciò pare non logico in quanto le generazioni sarde erano ormai da considerarsi autoctone, neanche il ricordo degli antenati forse rimaneva in quelle genti stanziate nell’isola da almeno 400 anni.

Quindi una vera invasione, quella dei cartaginesi tesa a colonizzare l’isola sottomettendo sia i fenici che i nuragici.

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Testo estratto e adattato dai libri di Sergio Atzeni per cortesia dell'autore.

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