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LA PESTE E
LA SAGRA DI SANT' EFISIO IN SARDEGNA


Testo della Dott.ssa Alessandra Guidoni
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Tratto dalla rivista "Anthropos & Iatria" - anno 2 - n° 4 - 1998 - De Ferrari editore - Fotografie: Paolo Sanna
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Da sempre la peste ha colpito l'immaginario collettivo secondo modalità che permangono tuttora nella cultura occidentale (si pensi alla definizione di AIDS come peste del 2000). Essa ha infatti influenzato la fantasia e la vis creativa degli scrittori, in quanto dotata di una grande forza allegorica, poiché rappresenta la dissoluzione delle norme del vivere civile, dei valori, dei legami familiari e comunitari: il contagio, misterioso e invisibile, amplifica la paura del diverso, la difficoltà nel rapporto con l'altro, promuove comportamenti aggressivi o antisociali. In effetti tutte le epidemie, e in primis quelle di peste, hanno nei secoli condizionato la demografia, le migrazioni, i costumi, la religione e l'economia europea

La sagra di Sant'Efisio a Cagliari nacque nel 1656, a seguito del voto civico espresso dai cagliaritani a Sant' Efisio per debellare l'ennesima epidemia di peste2. L'epidemia cessò miracolosamente e dalla peste nacque la festa, di cui quest'anno si è festeggiata la 342' edizione. E' una delle tradizioni più popolari, sentite e "spettacolari" della Sardegna: vi convengono sia sardi da tutta l'isola sia parecchi emigrati nel continente o in altre parti del mondo, sia turisti, richiamati dal fascino che essa esercita.

L'Europa, fino alla seconda metà del Seicento(3) ha dovuto combattere con la peste e con la paura del contagio. L'impatto psicologico di questo morbo sul mondo occidentale fu forte: basti pensare ai riferimenti all'epidemia che costellano la letteratura, sin dalle sue origini. Uno dei primi, a parte le citazioni bibliche(4) si fa risalire addirittura all'Iliade omerica. (5) Alcuni studiosi si sono infatti chiesti se nei versi del I libro vi potesse essere un vago riferimento ad un'epidemia di peste. Questo perché la peste colpì varie volte la Grecia, ad opera forse dei barbari: nel periodo classico terribile e famosa risulta l'epidemia che colpì Atene nel 430 a.C. di cui resta la superba descrizione dello storico Tucidide (6), ripresa poi da Lucrezio nel suo De rerum natura.

Il morbo penetrò facilmente, a partire dal III secolo a. C. nel mondo romano, e sconquassò prima la Repubblica e poi l'Impero, come possiamo vedere dalle Storie dello scrittore imperiale Ammiano Marcellino(7). La peste si manifestò con particolare violenza nell'Alto Medioevo: durante il papato di Gregorio Magno, in concomitanza con le guerre longobarde, scoppiò una grave epidemia a Roma. Era il 590 d. C. lacopo da Varagine racconta nella Leggenda Aurea che, dopo mesi di inutili penitenze, per placare il castigo divino, papa Gregorio Magno fece portare in processione la statua della Vergine dalla basilica di S. Maria Maggiore, con i fedeli che gridavano "a peste, fame et bello libera nos Domine". Si vide allora, secondo la leggenda, un angelo sopra il castello dei Crescenzi che riponeva nel fodero una spada insanguinata. Gregorio capì che il pericolo era finalmente cessato. Da allora il castello prese il nome di Castel Sant'Angelo. (8) Tuttavia, la peste più famosa del Basso Medioevo rimane quella del 1348, che decimò la popolazione di tutta Europa. Francesco Petrarca in quell'occasione perse l'amata Laura, sua musa ispiratrice, colpita fatalmente dal morbo e Giovanni Boccaccio utilizzò l'epidemia come cornice del Decameron. Dopo il 1348, la peste colpì molte altre volte. Più vicina a noi.

E' la celebre peste del 1630, magistralmente descritta ne I Promessi sposi di Alessandro Manzoni, che volle anche testimoniare, con la Storia della colonna infame le persecuzioni, i processi e le morti di tanti innocenti, considerati a torto "untori". L'eziologia della peste, infatti, rimase per molti secoli sconosciuta e il mistero contribuì ad aumentare la componente irrazionale. Molti pensarono che "streghe", storpi, vagabondi, fossero i candidati ideali a fregiarsi del titolo di "untori", in quanto "diversi". Altri ritennero la peste diabolica, e perciò chi meglio degli ebrei, comunemente considerati deicidi, potevano esserne artefici e portatori? La persecuzione contro gli ebrei naturalmente aveva radici antiche e, ad esempio, la peste nera del XIV secolo non fece altro che catalizzare le energie negative contro di loro. Tra il 1348 ed il 1350 infatti nuove calunnie e nuove persecuzioni colpirono gli ebrei. Nella sola Strasburgo ne vennero bruciati vivi duemila, e comunque in tutta l'Europa i massacri erano all'ordine del giorno(IO). Le epidemie, come si è già detto, influenzarono molto la letteratura. Valga per tutti la citazione di due celebri romanzi: Diario dell'anno della peste di D. Defoe, pubblicato nel 1722, ma ambientato a Londra durante la terribile peste del 1665, e La peste di A. Camus (1947), ambientato in Algeria, a Orano, negli anni '40. Qui la peste dilaga e l'epidemia (che è il simbolo dell'occupazione nazista in Europa) viene utilizzata per analizzare le reazioni varie e contraddittorie che scatena negli uomini. Quando l'epidemia finalmente cessa , il protagonista, il dottor Rieux, invita significativamente gli abitanti della città a non abbandonarsi al sonno dell'incoscienza, ma a rimanere vigili, perché il pericolo del contagio pestilenziale non scompare mai.

La scelta del mese di maggio è collegata con antichi riti pagani propiziatori, di rinnovamento e rinascita della natura, di cui rimangono innumerevoli tracce negli usi e costumi sardi(11). Nessuna ricorrenza della vita del santo, o nella vita di Cagliari, sembra infatti legata a tale data. Maggio, inoltre, nella società agropastorale sarda è tradizionalmente il mese della tosatura delle pecore e del rientro dalla transumanza, e perciò occasione di feste e banchetti. (12)

S. Efisio é il martire guerriero patrono di tutta l'isola, e da tutta l'isola arrivano per partecipare alla processione, fin dall'alba del 1° maggio, fedeli, gruppi folkloristici, curiosi e turisti soprattutto stranieri.

Ogni anno il simulacro del santo è trasportato sul tradizionale carro trainato da buoi dalla chiesa di S. Anna, nel quartiere di Stampace, nella cui cripta sarebbe stato incarcerato il santo, fino alla chiesa di Nora, nei pressi del luogo del suo martirio. La vestizione del santo è un rituale molto importante. Il suo abbigliamento in parte ricorda il costume tipico di un soldato romano, munito di spada, schinieri e lorica; d'altro canto l'ampio collare in pizzo, il mantello ricamato finemente ed il pizzetto lo fanno rassomigliare ad un nobile spagnolo. Il corteo si apre con is traccas, carri addobbati con corone di fiori e oggetti della tradizione contadina, (13) tirati da buoi anch'essi ornati da fiori e nastri colorati. Seguono molti gruppi folkloristici provenienti da tutta l'isola.

Dopo di loro un drappello di cavalieri, i "Cavalieri campidanesi", e, con i costumi rossi della guardia civica, i "Miliziani", scelti soprattutto nei quattro quartieri storici di Cagliari (l4). Questo corpo di guardia venne istituito secoli addietro, per

 
 

proteggere la processione dalle frequenti incursioni dei banditi lungo la strada litoranea che da Cagliari conduce a Nora. Dopo i "Miliziani" viene la "Guardiania", in frac nero e cilindro, in rappresentanza della nobiltà cittadina, i cui rappresentanti fanno parte dell'Arciconfraternita di S. Efisio, e l'AlterNos (l5), simbolo dell'autorità civile e politica. Infine arrivano in processione i confratelli e le consorelle in abito penitenziale, appartenenti anch'essi all'Arciconfraternita di S.Efisio, i suonatori di launeddas (16) e il secentesco cocchio dorato di S.Efisio. Dietro di lui il lungo corteo dei fedeli. Al suo passaggio ha luogo sa ramadura, il rituale lancio di petali di fiori, rose in primis, sia dalle finestre e dai balconi che lungo le strade.

 
 

Scortato dalle più alte autorità civili e religiose della città. S. Efisio andrà a soggiornare a Nora per tre giorni, rientrando a Cagliari il quattro di maggio, accompagnato in processione dai fedeli. Il primo Maggio, dopo avere mutato il primo cocchio con uno più modesto presso la chiesa campestre di Giorgino, il santo prende la via che costeggia il golfo di Cagliari, procedendo verso sud ovest. (17)

Il viaggio include diverse tappe in varie chiese nei paesi di Sarroch e di San Pietro, tra Cagliari e Nora. Qui il santo "soggiorna" per la notte, e spesso viene abbigliato in modo diverso. Numerosi tratti del tragitto su cui passa il corteo di Sant' Efisio sono coperti di fiori.

E' interessante assistere alla penultima tappa del viaggio di Sant' Efisio, nel paese di Pula, dove il santo arriva il 2 Maggio. Gli abitanti del paese infatti fanno ancor oggi a gara nel preparare i vicoli e le strette strade al passaggio del santo: fiori variopinti, in particolare garofani, piante di palma, petali di rosa ornano e abbelliscono le case, i tipici cortili, i muri, l'asfalto. Lungo i pali della luce sono fissati dei festoni di carta colorata. Le case decorate più riccamente sono oggetto di commenti lusinghieri ma anche di invidia, da parte dei compaesani, che esprimono ad alta voce, spesso in campidanese (l8), le proprie opinioni al riguardo, mentre aspettano sulla soglia dei tipici portoni in legno o in ferro battuto, il passaggio della processione. Verso sera il santo arriva a Nora, nella chiesetta a lui dedicata. Tutto il giorno seguente è dedicato alla festa a Nora. Il quarto giorno (4 Maggio) il santo viene trasportato da Nora a Cagliari. La festa si conclude con l'augurio beneaugurante Atrus annus che significa "ad altri anni", proprio per augurare continuità alla tradizione della sagra. (19)

Se nella seconda metà del Seicento la peste cessa in Europa, altrove dilaga: laddove le condizioni sanitarie sono pessime e la denutrizione, la povertà sono un male comune, fino ad arrivare ai giorni nostri, senza dare tregua. Essa infatti colpisce tuttora alcune aree dell'Africa, del Sud America, dell'Asia.

 

La storia di Sant' Efisio
La nascita della solenne processione in onore di Sant' Efisio
La Sagra di Sant' Efisio a Cagliari

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