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SA
SARTIGLIA
di Oristano
Ultima
domenica di Carnevale
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Testo
tratto dalla documentazione del "Comitato Sartiglia
1999"
Fotografie tratte da www.sartiglia.com
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Viene
ora l'altro divertimento, che praticasi in Oristano nel carnevale,
quale è nominato SARTIGLIA, divertimento carnevalesco,
corsa a cavallo con maschera veramente bella a vedersi.
In questo modo ci ritroviamo
a parlare anche per l'edizione 2001 di quella che rimane una
delle massime espressioni storiche folkloristiche e di costume
della nostra Isola: la Sartiglia di Oristano che con tutto
il suo rituale, continua ad emozionare ed a mantenere intatto
il suo sapore magico e sacro.
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Tali giochi ebbero larga
diffusione e successo in Spagna dove i giovani del luogo competevano
con i validi cavalieri moreschi. Ed è proprio così
la Sortija spagnola che venne importata in Sardegna, non già
dalla Toscana, ma dalla Spagna stessa dove ancor prima degli
spagnoli la praticarono i Mori. I legami tra la Corte d'Arborea
e la Corte Aragonese, permise che giudici e donnicelli di
quest'ultima corte venissero educati presso la Corte d'Aragona
e di conseguenza aver introdotto il gioco equestre nella città
giudicale. Si potrebbe datare la presenza della Sartiglia
ad Oristano intorno alla metà del sec. XIII.
Nel 1479 dopo la disfatta di Macomer, gli Aragonesi entrarono
in Oristano, e la Sartiglia ebbe un notevole incremento. L'evoluzione
della Sartiglia seguì l'andamento della storia: con
la trasformazione delle strutture feudo-cavalleresche, il
gioco venne trasferito in ambiente borghese e popolare e se
dapprima era espressione del folklore delle classi nobili
e di potere, solo in seguito diverrà espressione di
vita, costumi e tradizioni popolari. Che il gioco equestre
ebbe provenienza spagnola è fuor dubbio, ad iniziare
dallo stesso nome Sartiglia che deriva proprio dallo spagnolo
Sortija e quest'ultima dal Latino Sorticula, anello, ma anche
diminutivo di Sors, fortuna.
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Così come di
chiara derivazione ispanica è il nome di colui che
è il capo supremo della corsa su "Componidori"
da "Componedor", il maestro di campo figura tipicamente
militare della sortija spagnola. La tradizione narra che durante
il Carnevale, frequenti furono le risse sanguinose fra i soldati
aragonesi e i cavalieri locali: proprio la confusione carnevalesca
era un' occasione propizia per dare sfogo all'odio dei locali
nei confronti degli aragonesi dominatori. Al fine di scongiurare
tali episodi nel 1500 un canonico della Cattedrale, Giovanni
Dessì, istituì un legato a favore del Gremio
dei Contadini per il mantenimento nella Sartiglia.
Il gremio, in seguito società di Santu Juanni e' froris,
ha goduto di un lascito con l'usufrutto di un fondo rustico
per sostenere tutte le spese necessarie perchè la corsa
si effettuasse. |
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Il ricavato
di detto fondo doveva essere devoluto esclusivamente per
la Sartiglia da qui il nome di "Su Cungiau de Sa Sartiglia".
Da quel momento venne assunto l'impegno di far correre la
Sartiglia l'ultima domenica di Carnevale, dopo il canto
del Vespro da parte del Capitolo, mentre per la corsa del
martedì successivo l'impegno venne rispettato in
seguito dal Gremio dei Falegnami (Società di San
Giuseppe). Condizione improrogabile è quella di far
svolgere la corsa in qualsiasi situazione metereologica,
economica, sociale. Abbiamo sottolineato che la Sartiglia
è interamente sotto la direzione de su "Componidori"
figura che richiama alla mente tutto il mondo militare,
cavalleresco e nobile del passato. Il 2 di febbraio, il
giorno della Candelora il paese viene a conoscenza dell'identità
del Componidori poichè il presidente del gremio con
tutti i gremianti gli porta la benedizione e la candela
(di San Giovanni o di San Giuseppe); egli a sua volta sceglie
e contatta i suoi due luogotenenti: su "Segundu"
e su "Terzu ". Dopo lunghi e faticosi preparativi,
arriva il giorno della competizione quando il primo atto
della manifestazione è la Vestizione de su "Componidori'
momento magico e di grande carica emotiva per chi ha avuto
la fortuna di assistervi.
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La vestizione
avviene su un tavolo (mesitta) sul quale è posta
una sedia per su "Componidori", il quale verrà
vestito con cura da due ragazze in costume. "sas massaieddas"
guidate dalla moglie del Majorali "Sa massaia manna".
Il capo-corsa si presenta al rito con i calzoni corti aderenti
di pelle color miele e gli stivaloni; il suo costume non
differisce di molto dal costume tipico di contadino campidanese
del '700. A questo, si aggiunge il coietto, un giaccone
di pelle senza maniche che copre dalle spalle alle ginocchia;
ai fianchi è stretto da un largo cinturone di pelle;
quindi sulle maniche sbuffate della candida camicia di lino
vengono legati due fiocchi di seta del colore del gremio
(rosso o rosa). Ogni mutamento della figura avviene in una
atmosfera irreale e solenne: è la magia della trasformazione.
Dopo il coietto è la volta dell'elemento più
importante: la maschera. Essa viene assicurata al volto
oltre che da legacci, da fazzoletti di seta che fasciano
la nuca e il viso del cavaliere, lungo l'orlo della maschera
stessa. Il rullo dei tamburi si fa assordante sempre più;
non c'è più l'uomo con un nome e con un viso:
ora è su "Componidori", un semidio senza
gioia ne dolore ne sesso e la maschera di legno appare androgina,
maschile e femminile allo stesso tempo. La vestizione, scandita
dal suono dei tamburini e squilli di tromba, con la sistemazione,
sul capo del cavaliere, del velo bianco finemente ricamato
e sopra un cappello a cilindro nero.
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Ultimata
la vestizione viene introdotto nella stanza il cavallo ed
avvicinato al tavolo poiché su "Componidori"
dal momento in cui è salito sul tavolo per la vestizione,
egli non potrà più toccare terra. Secondo
la tradizione cavalleresca, la magia del rito ha trasmesso
al cavaliere una carica particolare che da essere umano
lo fa divenire essere divino, ed in seguito a questa sacralità
egli rispetta l'antica regola: una volta in sella su "Componidori"
non "podi ponni pei in Terra" (non può
mettere piede in terra) poiché in tal caso annullerebbe
la sua sacralità. Una volta assestato il cavallo,
su "Componidori", riceve da d'Oberaju Majore (il
Presidente del Gremio) la cosiddetta "Pippia de Maju"
(Pupa di maggio) una sorta di scettro composto da un fascio
di pervinca con alle estremità due grossi mazzi di
viole mammole. Lo scettro è una delle tante forme
dei cosiddetti maggi ovvero rami fioriti, mazzi o addirittura
un intero albero presenti in particolari solennità
per l'inizio della primavera: dunque un'espressione della
natura in crescita. Con la "Pippia de Maju" su
"Componidori" segna un'ampia croce sui presenti
in segno di benedizione e "Sa Massaia Manna" invoca
l'aiuto di San Giovanni ("Santu Giuanni t'assistada")
o San Giuseppe ("Santu Giuseppi t'assistada").
A questo punto il silenzio regna all'interno dell'ampio
salone dove è avvenuta la vestizione; questo per
non innervosire ulteriormente il cavallo che deve uscire
per dare inizio alla sfilata. Su "Componidori"
con grande calma e freddezza monta sul cavallo e si riversa
supino su di esso indirizzandolo verso l'uscita. Dinnanzi
alla porta su "Componidori" viene accolto dai
suoi due aiutanti di campo (su Segundu e su Terzu) e da
tutti gli altri cavalieri mascherati, vestiti con splendidi
costumi e cavalli riccamente bardati. Tutt'intorno la magnifica
coreografia della folla che applaude e che s'appresta a
seguire il culmine della manifestazione: la corsa alla stella.
Il tutto viene sottolineato dal ritmo impeccabile dei tamburini
e dagli squilli di tromba che ci riportano indietro di qualche
secolo. Si forma così il corteo che dovrà
raggiungere il Duomo: dinnanzi tamburini e trombettieri
appiedati, dietro la bandiera del Sodalizio seguita da s'Oberaju
Majore o Maggiorali, il suo vice e tutti i membri del Gremio
che portano le spade, lo stocco e la stella. Dietro avanza
imponente su "Componidori" con alla sua destra
su "Segundu" e alla sua sinistra su "Terzu"
cui seguono i numerosissimi cavalieri scalpitanti e fieri.
Il luogo dello spettacolo è presso la cattedrale,
ed ivi in mezzo al popolo muovono da una parte su "Componidori",
dall'altra su "Segundu" scontrandosi sotto il
nastro che ha pendente la stella; incrociando le spade,
saluta per tre volte le persone presenti alla giostra e
per tre volte passa sotto la stella con un evidente valore
propiziatorio.
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Il rullare sempre più
insistente dei tamburi preceduto dagli squilli di tromba,
sottolineano la spettacolarità della festa. L'immagine
del cavaliere al galoppo, con il braccio teso, spada in pugno
con la quale sfida la sorte, rimane impressa negli occhi di
tutti i presenti. Se la stella viene infilzata, l'entusiasmo
della folla è al massimo, ma se pèr sfortuna
il cavaliere fallisce l'obiettivo si ha un'esclamazione di
delusione.Su componidori concede la spada ad altri cavalieri
in segno di fiducia o di sfida per poter manifestare tutta
la loro bravura: tentano la sorte alla stella e quanto più,
numerosi saranno i centri tanto più generoso sarà
il raccolto. La corsa si conclude con su "Componidori"
che attraversa il percorso, supino sul cavallo, benedicendo
con sa "Pippia de Maju" la folla che applaude (sa
"Remada"). |
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Ricomposto
quindi ìl corteo, ci si appresta ad assistere in
Via Mazzini alla corsa acrobatica delle pariglie ove tutti
i cavalieri, tranne "su "Componidori" ed
i due luogotenenti, si esibiscono a pariglias in tre sfidandosi
in spericolate acrobazie equestri.
I cavalieri hanno occasione di esplicare tutta l'abilità
e il coraggio effettuando figure acrobatiche stando in piedi
sulla groppa dei loro cavalli in uno sfrenante galoppo.
E' la parte più spettaco1are della manifestazione
ove si nota la simbiosi uomo-cavallo e dove la sacralità
viene sostituita dal coraggio e la bravura individuale si
manifesta con il gioco di squadra.
Non si ha la percezione del pericolo poiché le figure
sono provate e riprovate.
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| Se uno ha paura
non corre... un occhio al cielo che diventa più
scuro... una sensazione di appagamento o di delusione
alla fine.., ma ... su tutto... un'idea:- "Se l'anno
prossimo fossi io su Componidori ?". |
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L'ombra grande della
sera coi primi brividi di freddo, getta sulla folla e sui
cavalieri un alone di tristezza, finché su "Cumponidori"
affiancato da su Segundu e da su Terzu annuncia la fine della
competizione passando, di gran galoppo, supino sul cavallo,
con sa "Pippia De Maju" vibrata in gran segni di
croce. E lo spettacolo è finito. Su "Cumponidori"
in testa tra su Segundu e su Terzu e tutti gli altri al seguito,
si dirigono verso dove si tiene la cerimonia della Svestizione.
Rimossa la maschera si scopre il volto dell'uomo pieno di
soddisfazione e di gioia per essere stato chiamato dalla sorte
a rivivere un momento della storia e delle tradizioni oristanesi.
Al rito di chiusura tutti i partecipanti alla giostra carnevalesca
partecipano a una cena particolarmente festosa
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(con
squilli di tromba e rullare di tamburi) offerta dai Gremi
organizzatori.
Ringraziando San Giovanni o San Giuseppe per aver terminato
"bius e sanusu" (vivi e sani) anche questa Sartiglia
augura a tutti:
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et
bivat Su Componitori! .... e Su Segundu! ... e Su Terzu!
e Su Presidenti! .... e tottu Sa Cumpangia!
"ATRUS' ANNUS MELLUS".
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