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omogenee, rinvenuti
dalla Sovrintendenza Archeologica all'interno del pozzo
nuragico di Santu Antine in agro del Comune di Genoni
(NU), animali che si ritiene siano stati probabilmente
sacrificati come offerta propiziatoria. I reperti ossei
sono stati oggetto di studio dell'Associazione Italiana
di Archeozoologia e sono stati presentati dal dott.
Marco Zedda e dal dott. Valentino Petruzzi al terzo
convegno nazionale tenutosi a Siracusa dal 3 al 5 Novembre
2000.
E' opinione del dott. Zedda che le caratteristiche del
cane al quale sono appartenuti i crani repertati siano
quelle tipiche di un cane mesocefalo, che può
essere ancora riconosciuto nell'attuale cane di Fonni.
(...)
(...) Il pelo del fonnese attuale, vetroso, fitto ed
ispido, può essere molto lungo, dandogli l'aspetto
di un grosso barbone non tosato oppure di lunghezza
media, il così detto pelo forte che gli anziani
indicano come l'originario, o addirittura corto (raspinu):
nel secondo caso l'animale appare come uno "strano"
spinone e nell'ultimo assomiglia ai precedenti modelli
esclusivamente per la mole, lo sguardo, la potente dentatura,
l'intelligenza e la predisposizione all'aggressività.
Ritengo che l'esistenza di più fenotipi sia dovuta
all'impoverimento della razza originaria, al conseguente
isolamento dei ceppi ed agli accoppiamenti endogamici,
quindi tra consanguinei, ma anche al fatto che gli allevatori-selezionatori,
persone molto pratiche alle quali premeva soprattutto
costruire un affidabile e valido collaboratore, consideravano
soprattutto il carattere più che l'aspetto fisico.
Per questi motivi troviamo oggi il primo modello nelle
zone montane interne, dove il clima è più
rigido, ed i rimanenti sparsi nelle altre regioni dell'Isola
quali la Nurra, la Gallura, l'Oristanese, il Sulcis-Iglesiente
ed il Sarrabus-Gerrei, anche se c'è da dire che
il pastore, nella transumanza, portava al seguito i
propri validi collaboratori, i cani a guardia del gregge
e dell'ovile, per cui spesso nuclei del primo tipo si
rinvengono in quegli stazzi dove si è trasferito
stabilmente il vecchio transumante barbaricino od ogliastrino.
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I
cani fonnesi, soprattutto quelli scrabionausu
(spettinati), hanno un aspetto interessante
e quasi casual, trasandato e non molto estetico:
come dire, sono un paradosso, contemporaneamente
belli e brutti.
Lo sguardo è molto intenso e caratteristico
ed è un elemento di riconoscimento della
razza perché, come ho potuto constatare
per esperienza personale, tutti i numerosi esemplari
a me noti hanno la medesima espressione un po'
triste, profonda ed autorevole. Essi presentano
infatti una caratteristica "faccia da scimmia"
od anche
un particolare "occhio di scimmia":
gli occhi, non grandi, sono ro-
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tondeggianti,
in posizione sub-frontale e tra loro ravvicinati.
Questa è un'espressione assolutamente unica non
riscontrabile in altre razze canine, dovuta anche al
notevole sviluppo delle arcate sopracciliari ed al fatto
che l'iride è molto grande e ricopre quasi totalmente
l'apertura delle palpebre tanto che la cornea risulta
poco visibile.
Occhi quindi molto espressivi, brillanti e truci a seconda
delle situazioni, prevalentemente di colore giallo,
arancio, ocra, ambra, talvolta beige o nocciola, raramente
scuri e comunque mai torbidi; essi emanano un particolare
riflesso che incute rispetto ed anzi, soprattutto la
notte, una certa inquietudine.(...)
Il fonnese è un cane di intelligenza superiore,
longevo (da cuccioli sono sensibili alle gastroenteriti
ma, se curati, raggiungono senza problemi età
ragguardevoli, anche superiori ai venti anni), rustico,
prolifico ed ha fondamentalmente un buon carattere anche
se è predisposto all'aggressività; inclinazione
quest'ultima che emerge sicuramente se lo si vuole rendere
tale o se viene maltrattato ma anche se non viene allevato
adeguatamente: necessita, soprattutto il maschio, di
un padrone autorevole da riconoscere come "capobranco",
al quale si lega in modo totale e con il quale stabilisce
una intesa non comune.Difenderà il proprio padrone,
la sua famiglia e la loro proprietà da ogni violenza
o intrusione di estranei nei confronti dei quali sarà
molto diffidente ed aggressivo, ammettendo comunque
gli ospiti con i quali si comporterà bene, pur
rimanendo guardingo.
Si narra che anticamente esistessero in Sardegna due
tipi di cane molto simili e molto validi, uno nelle
zone interne ed uno presente soprattutto nel campidano
di Cagliari e sulle coste e quest'ultimo, dal manto
tigrato, era alquanto più grande ed a pelo corto:
il fonnese attuale, nello standard conosciuto, da molti
è ritenuto il frutto dell'incro-cio, e conseguente
selezione, operata tra questi due animali.
Mentre un'altra ipotesi, un vero mito tra gli appassionati
isolani, indica in altre due rare "razze"
locali l'origine del cane di Fonni: il cane di Bonorva,
citato da Emanuele Domenech in Pastori e Banditi ma
anche dal Cav. Salvatore Saba nell'Itinerario-Guida
Storico-Statistico dell'Isola di Sardegna e da alcuni
identificato nel Dogo Sardesco, ed il cane di Posada,
un rarissimo levrieroide allevato per generazioni da
una sola famiglia di appassionati originari dell'omonimo
paese.(...)
(...) Il Padre gesuita Bresciani nella sua opera "Dei
costumi dell'isola di Sardegna" del 1861, descrive
una razza di cani "d'indole cupa, cogitabonda e
triste in eccesso" presente in Sardegna: "tanto
valenti alla guardia che i Sardi li hanno a ragione
in altissimo pregio (
) hanno il muso aguzzo, gli
orecchi ritti, la vita lunga e slanciata, le gambe snelle
e sottili, il pelo irto o rado di colore lionato o bigio
piombo (...) sono fedeli al signore o dolci con i famigliari
ma turci, odiosi e feroci con gli stranieri"; egli
inoltre racconta il tipo di addestramento riservato
ai suddetti cani al fine di renderli "crudeli e
serpentosi": "li attizzano, li inviperiscono,
li affamano, li legano stretti nelle tane al buio, di
che riescono ferocissimi".
I cani feroci così ottenuti venivano anche usati
dai banditi come affidabili complici in imprese brigantesche
ma anche nelle bardane che coinvolgevano interi paesi
delle fertili pianure sarde e per il loro addestramento
veniva quindi usato un fantoccio al collo del quale
legavano uno stomaco di pecora riempito di sangue: i
cani imparavano presto ad azzannare il collo del fantoccio
e venivano inoltre premiati quando eseguivano l'ordine
di attacco del padrone-addestratore.
Lo stesso Bresciani ricorda che i soldati sbarcati dalla
flotta francese nel golfo di Quartu, l'attuale spiaggia
del Poetto di Cagliari, sbarco avvenuto nel 1793, furono
scacciati con l'ausilio dei cani da lui descritti, aizzati
in branchi dai montanari per l'occasione unitisi ai
miliziani schierati lungo la costa: "quelle tigri,
fatte più calde e frementi al fuoco, al fumo,
al fragore delle artiglierie, correndo e nabissando
colle aperte bocche, investirono l'oste nemica; ed arricciando
i peli... non lasciavanli riavere
beato chi potea
gettarsi in mare a salvamento".
Sono a conoscenza di episodi nei quali il proprietario
di un cane di Fonni deve nutrire l'animale, legato ad
una robusta catena, avvicinandogli la ciotola contenente
il cibo mediante una lunga canna.
In quanto dotato e come conseguenza delle selezioni
condotte nel passato, l'animale risulta affidabile guardiano
della casa e del gregge ed ottimo e poliedrico cacciatore;
non teme il corpo a corpo nemmeno con il più
grosso cinghiale. Le doti caratteriali si stabilizzano
a diverse età ma generalmente intorno al terzo
anno di vita per i maschi, mentre le femmine sono più
precoci.
Quindi l'aspetto generale del cane non è molto
aggraziato anche se oggi si tende a selezionare esemplari
sempre più alti, grossi e belli escludendo gli
altri.
Nella sua opera sui quadrupedi di Sardegna, edita nel
1774, trattando del "can sardo" così
chiamato in quanto assai comune in Sardegna, padre Francesco
Cetti narra: "le dimensioni opposte del veltro
e del mastino si elidono scambievolmente (...) vi trovano
riunite in un sol corpo la forza, la velocità,
l'odorato (
) e ne risulta un grande risparmio
di corpi poichè un solo fa gli uffici di molti".
Giovanni Valtan nel 1899, "In Sardegna", scrive:
"famosi per l'istinto cattivo e sanguinario sono
i mastini detti cani di Fonni, grossi alani robustissimi
e d'una ferocia inaudita (
) la loro forza è
tale che permette loro di arrestare un bue od un cavallo
afferrando coi denti la capezza o addentandoli per l'orecchio
(
) sono ottimi cani da guardia ma troppo pericolosi
(
) devono stare sempre legati (
) che se
per disgrazia la catena si spezza, saltano alla gola
del primo malcapitato, e con un morso formidabile gli
rompono le arterie (
) due di questi cani dell'età
di un anno furono pagati cinquecento lire dall'impresa
austriaca delle escavazione dei porti di Sardegna, ma
erano così feroci che il guardiano dovette accompagnarli
da Fonni a Trieste (
) il guardiano stesso deve
stare bene accorto (
) la loro mole è considerevole,
hanno il corpo tozzo, il muso largo, dalle robuste mascelle,
le orecchie piccole ed erette, le zampe muscolose, il
petto ed il collo larghi e leonini, la coda corta (
)
il manto fulvo dal pelo fitto e corto e lo sguardo fiero
e molto intelligente".
Queste descrizioni possono adottarsi per il cane fonnese
attuale e sono convinto che esso sia il diretto discendente
degli animali oggetto dell'interesse dei medesimi autori.
(...) Ai cani di Fonni viene praticato il taglio delle
orecchie e l'amputazione della coda alla seconda o terza
vertebra coccigea.
La coda, infatti, può essere di lunghezza media
oppure naturalmente ridotta ad un terzo o, come già
detto, assente; in un cucciolata alcuni piccoli possono
nascere anuri: qualcuno avanza l'ipotesi che quest'ultima
caratteristica sia distintiva di linea fenotipica ed
in Barbagia viene considerata indice di purezza (soprattutto
nel paese di Fonni vengono oggi selezionati esemplari
maschi e femmine anuri che daranno origine ad un'intera
cucciolata senza coda).(...)
(...) La ferocia, un ottimo olfatto e l'udito finissimo
sono le caratteristiche che fecero di questi animali
dei cani da guerra e come tali furono impiegati nella
campagna d'Africa, in Libia, per prevenire gli attacchi
agli accampamenti italiani da parte dei ribelli Senussi
i quali, strisciando tra i canneti, cercavano di entrare
nelle linee italiane. (...) Risulterebbe che nessuno
dei cani impiegati in Libia sia ritornato in Sardegna
in quanto furono tutti lasciati in quella terra, compreso
il mitico Astula, così chiamato perché
sveglio e veloce come una scheggia.(...) Si aggiunga
quindi lo stillicidio di animali operato dai baschi
blu della Polizia di Stato negli anni settanta quando,
durante le perquisizioni degli ovili, gli animali che
si avventavano venivano abbattuti. (...) |