Operatori turistici italiani
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IL PASTORE
FONNESE

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Fotografie estratte dal
sito web di Fonni

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(...) Il Cane di Fonni è conosciuto anche come mastino fonnese o pastore fonnese, ma è chiamato cani fonnesu antigu nell'ambiente pastorale, spinone fonnese dai cacciatori e cani sardu antigu dagli anziani di tutti i paesi della Sardegna, oppure semplicemente Fonnese. Allo stato attuale può parlarsi di popolazione canina anche se la razza fonnese viene apprezzata in Sardegna da più di duemila anni.
Stiamo parlando di un antico e raro cane un tempo presente in tutta l'Isola e sicuramente molto più comune di oggi che soprattutto nel paese di Fonni, dove viene chiamato "ane 'e accappiu" (cane da catena o da guardia), si è conservato forse nel nucleo più originario perché gelosamente tramandato da padre a figlio.
I ceppi originari degli animali prendono il nome dalla famiglia allevatrice da generazioni. Le famiglie Loddo e Coccollone soprannominate rispettivamente “Addai” e “Cussuggia” sono due di queste ed i cani fonnesi attualmente presenti in Sardegna discenderebbero dalle stirpi da loro selezionate, in conseguenza della "sottrazione" di una cucciolata a suo tempo commessa a danno dei pochi e gelosi detentori della razza: gli Aggiustru ed i Biaceddu avevano i cani più belli, ma c'erano anche i Manias, i Maggios, i Tracathu, gli Othale ed i Vracone. Diversi possessori di questi cani sopprimevano le femmine per non permettere ad altri di possedere la razza.(...)

(...) Il signor Giovanni Loddo, noto "Addai", figlio del proprietario dei capostipiti dell'omonima stirpe canina ed appassionato allevatore, mi ha raccontato la storia di tre cani pastori fonnesi che nel corso di un tentativo di abigeato ai danni del gregge di proprietà di suo padre riuscirono a disarmare due pericolosissimi e temuti fuorilegge, i fratelli Giovanni e Antonio Pintore i quali, sino alla fine della loro violenta vita, ne lodarono, alquanto turbati, il coraggio, il valore e l'intelligenza.
La storia è questa. Due cani si trovavano all'interno del gregge mentre l'altro era accucciato non lontano, accanto al padre addormentato del signor Loddo: i cani erano silenziosi e quando i Pintore

furono prossimi alle pecore il cane che stava vicino al suo padrone lo svegliò toccandolo con la zampa (una dote naturale che hanno tuttora sin da cuccioli); resosi conto di quanto stava accadendo, il Loddo aizzò immediatamente i cani che scattarono come saette da più parti e, convergendo, si scagliarono inferociti sui ladri cogliendoli di sorpresa e questi, persi i fucili mitragliatori, vennero immobilizzati a terra dagli intelligenti animali.

Ritengo che geni di questo animale siano distribuiti nel patrimonio cromosomico di tutti i cani meticci che vagabondano nelle aree rurali della Sardegna; ho infatti constatato che a volte soggetti con simili caratteristiche fisiche e caratteriali nascono da genitori che di questa razza hanno ben poco. Secondo la versione ufficialmente accreditata, questi cani originerebbero da antiche e ripetute selezioni tra veltri e cani mastini e più verosimilmente sarebbero il frutto dell'incrocio tra i molossi utilizzati nel 231 A.C. dal console romano Marco Pomponio Matone per contrastare le continue incursioni dei mastrucati ribelli (Zonara VIII, 19 P.I.401) ed il cane locale, si è supposto un levrieroide.

Alla luce di una lettura più attenta, si potrebbe ritenere che i cani importati dal console romano dall'Italia fossero dei segugi (sagaces canes) utilizzati per la ricerca dei nascondigli dei predoni sardi, i manufatti interrati dove presumibilmente nascondevano le derrate frutto delle bardane ed anche sé stessi.

Uno studio interessante al quale sta lavorando da tempo un ricercatore della facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Sassari, il dott. Marco Zedda del Dipartimento di Biologia Animale, ipotizza appunto che i cani a suo tempo portati dai romani per stanare i sardi fossero cani da seguito, segugi o veltri, mentre mastino o molosso poteva più verosimilmente essere il cane locale, il discendente di quello appartenuto all'uomo nuragico fosse esso pastore, cacciatore o guerriero, raffigurato nei bronzetti esposti nel museo nazionale di Cagliari e testimoniato dal rinvenimento di alcuni reperti ossei.
Questa ipotesi mi vede concorde con il ricercatore e potrebbe essere compatibile con l'unico graffito del genere rinvenuto, che testimonierebbe la presenza in Sardegna di un grosso cane dalla coda mozza già prima dell'avvento romano. (...)

(...) Grazie alle misurazioni effettuate dai giudici federali dell'Ente Nazionale Cinofilo Italiano Gian Franco Giannelli e Giacinto D'Alessio, è stato possibile constatare evidenti compatibilità morfologiche e morfometriche, relativamente alla forma e dimensioni della testa, all'apofisi occipitale ed alla consistenza e forma dei denti canini e degli incisivi (sbalordisce lo sviluppo dei canini e dell'incisivo terzo superiore), tra gli animali presentati ed i reperti ossei, in totale sessanta resti riferibili a sette soggetti tra cui sei crani di cane tutti delle stesse dimen-sioni, aventi caratteristiche alquanto

omogenee, rinvenuti dalla Sovrintendenza Archeologica all'interno del pozzo nuragico di Santu Antine in agro del Comune di Genoni (NU), animali che si ritiene siano stati probabilmente sacrificati come offerta propiziatoria. I reperti ossei sono stati oggetto di studio dell'Associazione Italiana di Archeozoologia e sono stati presentati dal dott. Marco Zedda e dal dott. Valentino Petruzzi al terzo convegno nazionale tenutosi a Siracusa dal 3 al 5 Novembre 2000.
E' opinione del dott. Zedda che le caratteristiche del cane al quale sono appartenuti i crani repertati siano quelle tipiche di un cane mesocefalo, che può essere ancora riconosciuto nell'attuale cane di Fonni. (...)

(...) Il pelo del fonnese attuale, vetroso, fitto ed ispido, può essere molto lungo, dandogli l'aspetto di un grosso barbone non tosato oppure di lunghezza media, il così detto pelo forte che gli anziani indicano come l'originario, o addirittura corto (raspinu): nel secondo caso l'animale appare come uno "strano" spinone e nell'ultimo assomiglia ai precedenti modelli esclusivamente per la mole, lo sguardo, la potente dentatura, l'intelligenza e la predisposizione all'aggressività.
Ritengo che l'esistenza di più fenotipi sia dovuta all'impoverimento della razza originaria, al conseguente isolamento dei ceppi ed agli accoppiamenti endogamici, quindi tra consanguinei, ma anche al fatto che gli allevatori-selezionatori, persone molto pratiche alle quali premeva soprattutto costruire un affidabile e valido collaboratore, consideravano soprattutto il carattere più che l'aspetto fisico.
Per questi motivi troviamo oggi il primo modello nelle zone montane interne, dove il clima è più rigido, ed i rimanenti sparsi nelle altre regioni dell'Isola quali la Nurra, la Gallura, l'Oristanese, il Sulcis-Iglesiente ed il Sarrabus-Gerrei, anche se c'è da dire che il pastore, nella transumanza, portava al seguito i propri validi collaboratori, i cani a guardia del gregge e dell'ovile, per cui spesso nuclei del primo tipo si rinvengono in quegli stazzi dove si è trasferito stabilmente il vecchio transumante barbaricino od ogliastrino.

I cani fonnesi, soprattutto quelli scrabionausu (spettinati), hanno un aspetto interessante e quasi casual, trasandato e non molto estetico: come dire, sono un paradosso, contemporaneamente belli e brutti.

Lo sguardo è molto intenso e caratteristico ed è un elemento di riconoscimento della razza perché, come ho potuto constatare per esperienza personale, tutti i numerosi esemplari a me noti hanno la medesima espressione un po' triste, profonda ed autorevole. Essi presentano infatti una caratteristica "faccia da scimmia" od
anche un particolare "occhio di scimmia": gli occhi, non grandi, sono ro-

tondeggianti, in posizione sub-frontale e tra loro ravvicinati.
Questa è un'espressione assolutamente unica non riscontrabile in altre razze canine, dovuta anche al notevole sviluppo delle arcate sopracciliari ed al fatto che l'iride è molto grande e ricopre quasi totalmente l'apertura delle palpebre tanto che la cornea risulta poco visibile.
Occhi quindi molto espressivi, brillanti e truci a seconda delle situazioni, prevalentemente di colore giallo, arancio, ocra, ambra, talvolta beige o nocciola, raramente scuri e comunque mai torbidi; essi emanano un particolare riflesso che incute rispetto ed anzi, soprattutto la notte, una certa inquietudine.(...)

Il fonnese è un cane di intelligenza superiore, longevo (da cuccioli sono sensibili alle gastroenteriti ma, se curati, raggiungono senza problemi età ragguardevoli, anche superiori ai venti anni), rustico, prolifico ed ha fondamentalmente un buon carattere anche se è predisposto all'aggressività; inclinazione quest'ultima che emerge sicuramente se lo si vuole rendere tale o se viene maltrattato ma anche se non viene allevato adeguatamente: necessita, soprattutto il maschio, di un padrone autorevole da riconoscere come "capobranco", al quale si lega in modo totale e con il quale stabilisce una intesa non comune.Difenderà il proprio padrone, la sua famiglia e la loro proprietà da ogni violenza o intrusione di estranei nei confronti dei quali sarà molto diffidente ed aggressivo, ammettendo comunque gli ospiti con i quali si comporterà bene, pur rimanendo guardingo.

Si narra che anticamente esistessero in Sardegna due tipi di cane molto simili e molto validi, uno nelle zone interne ed uno presente soprattutto nel campidano di Cagliari e sulle coste e quest'ultimo, dal manto tigrato, era alquanto più grande ed a pelo corto: il fonnese attuale, nello standard conosciuto, da molti è ritenuto il frutto dell'incro-cio, e conseguente selezione, operata tra questi due animali.
Mentre un'altra ipotesi, un vero mito tra gli appassionati isolani, indica in altre due rare "razze" locali l'origine del cane di Fonni: il cane di Bonorva, citato da Emanuele Domenech in Pastori e Banditi ma anche dal Cav. Salvatore Saba nell'Itinerario-Guida Storico-Statistico dell'Isola di Sardegna e da alcuni identificato nel Dogo Sardesco, ed il cane di Posada, un rarissimo levrieroide allevato per generazioni da una sola famiglia di appassionati originari dell'omonimo paese.(...)

(...) Il Padre gesuita Bresciani nella sua opera "Dei costumi dell'isola di Sardegna" del 1861, descrive una razza di cani "d'indole cupa, cogitabonda e triste in eccesso" presente in Sardegna: "tanto valenti alla guardia che i Sardi li hanno a ragione in altissimo pregio (…) hanno il muso aguzzo, gli orecchi ritti, la vita lunga e slanciata, le gambe snelle e sottili, il pelo irto o rado di colore lionato o bigio piombo (...) sono fedeli al signore o dolci con i famigliari ma turci, odiosi e feroci con gli stranieri"; egli inoltre racconta il tipo di addestramento riservato ai suddetti cani al fine di renderli "crudeli e serpentosi": "li attizzano, li inviperiscono, li affamano, li legano stretti nelle tane al buio, di che riescono ferocissimi".

I cani feroci così ottenuti venivano anche usati dai banditi come affidabili complici in imprese brigantesche ma anche nelle bardane che coinvolgevano interi paesi delle fertili pianure sarde e per il loro addestramento veniva quindi usato un fantoccio al collo del quale legavano uno stomaco di pecora riempito di sangue: i cani imparavano presto ad azzannare il collo del fantoccio e venivano inoltre premiati quando eseguivano l'ordine di attacco del padrone-addestratore.

Lo stesso Bresciani ricorda che i soldati sbarcati dalla flotta francese nel golfo di Quartu, l'attuale spiaggia del Poetto di Cagliari, sbarco avvenuto nel 1793, furono scacciati con l'ausilio dei cani da lui descritti, aizzati in branchi dai montanari per l'occasione unitisi ai miliziani schierati lungo la costa: "quelle tigri, fatte più calde e frementi al fuoco, al fumo, al fragore delle artiglierie, correndo e nabissando colle aperte bocche, investirono l'oste nemica; ed arricciando i peli... non lasciavanli riavere…beato chi potea gettarsi in mare a salvamento".

Sono a conoscenza di episodi nei quali il proprietario di un cane di Fonni deve nutrire l'animale, legato ad una robusta catena, avvicinandogli la ciotola contenente il cibo mediante una lunga canna.

In quanto dotato e come conseguenza delle selezioni condotte nel passato, l'animale risulta affidabile guardiano della casa e del gregge ed ottimo e poliedrico cacciatore; non teme il corpo a corpo nemmeno con il più grosso cinghiale. Le doti caratteriali si stabilizzano a diverse età ma generalmente intorno al terzo anno di vita per i maschi, mentre le femmine sono più precoci.

Quindi l'aspetto generale del cane non è molto aggraziato anche se oggi si tende a selezionare esemplari sempre più alti, grossi e belli escludendo gli altri.
Nella sua opera sui quadrupedi di Sardegna, edita nel 1774, trattando del "can sardo" così chiamato in quanto assai comune in Sardegna, padre Francesco Cetti narra: "le dimensioni opposte del veltro e del mastino si elidono scambievolmente (...) vi trovano riunite in un sol corpo la forza, la velocità, l'odorato (…) e ne risulta un grande risparmio di corpi poichè un solo fa gli uffici di molti".

Giovanni Valtan nel 1899, "In Sardegna", scrive: "famosi per l'istinto cattivo e sanguinario sono i mastini detti cani di Fonni, grossi alani robustissimi e d'una ferocia inaudita (…) la loro forza è tale che permette loro di arrestare un bue od un cavallo afferrando coi denti la capezza o addentandoli per l'orecchio (…) sono ottimi cani da guardia ma troppo pericolosi (…) devono stare sempre legati (…) che se per disgrazia la catena si spezza, saltano alla gola del primo malcapitato, e con un morso formidabile gli rompono le arterie (…) due di questi cani dell'età di un anno furono pagati cinquecento lire dall'impresa austriaca delle escavazione dei porti di Sardegna, ma erano così feroci che il guardiano dovette accompagnarli da Fonni a Trieste (…) il guardiano stesso deve stare bene accorto (…) la loro mole è considerevole, hanno il corpo tozzo, il muso largo, dalle robuste mascelle, le orecchie piccole ed erette, le zampe muscolose, il petto ed il collo larghi e leonini, la coda corta (…) il manto fulvo dal pelo fitto e corto e lo sguardo fiero e molto intelligente".

Queste descrizioni possono adottarsi per il cane fonnese attuale e sono convinto che esso sia il diretto discendente degli animali oggetto dell'interesse dei medesimi autori.

(...) Ai cani di Fonni viene praticato il taglio delle orecchie e l'amputazione della coda alla seconda o terza vertebra coccigea.
La coda, infatti, può essere di lunghezza media oppure naturalmente ridotta ad un terzo o, come già detto, assente; in un cucciolata alcuni piccoli possono nascere anuri: qualcuno avanza l'ipotesi che quest'ultima caratteristica sia distintiva di linea fenotipica ed in Barbagia viene considerata indice di purezza (soprattutto nel paese di Fonni vengono oggi selezionati esemplari maschi e femmine anuri che daranno origine ad un'intera cucciolata senza coda).(...)

(...) La ferocia, un ottimo olfatto e l'udito finissimo sono le caratteristiche che fecero di questi animali dei cani da guerra e come tali furono impiegati nella campagna d'Africa, in Libia, per prevenire gli attacchi agli accampamenti italiani da parte dei ribelli Senussi i quali, strisciando tra i canneti, cercavano di entrare nelle linee italiane. (...) Risulterebbe che nessuno dei cani impiegati in Libia sia ritornato in Sardegna in quanto furono tutti lasciati in quella terra, compreso il mitico Astula, così chiamato perché sveglio e veloce come una scheggia.(...) Si aggiunga quindi lo stillicidio di animali operato dai baschi blu della Polizia di Stato negli anni settanta quando, durante le perquisizioni degli ovili, gli animali che si avventavano venivano abbattuti. (...)


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Il testo di questa pagina è un estratto del servizio pubblicato nella rivista "Notiziario Forestale"; Per leggere l' articolo integrale clicca il bottone
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